Ultimo aggiornamento 10 Marzo 2020 di Alessandra

Al giorno d’oggi tutti i cittadini sono da un lato abituati ad informarsi su ciò che accade attraverso i social network e dall’altro a sentirsi in dovere di contribuire attivamente alla divulgazione delle informazioni, sempre attraverso i media sociali. L’istinto dell’“utente medio” è quello di andare a cercare aggiornamenti su di un evento tragico su Facebook e Twitter prima che sulle testate giornalistiche, anche e soprattutto per poter dire la propria opinione.L’abbiamo potuto vedere negli ultimi mesi con  due casi esemplari come la strage di Nizza e il terremoto in Centro Italia. Pur se in modo diverso, in entrambe i casi si è assistito ad un proliferare di immagini forti e inadatte alla diffusione social e alla desiderio spasmodico di visibilità e notorietà sui media ricercate “cavalcando l’onda” di un trend topic, piuttosto che attraverso la condivisione di un cordoglio non richiesto, un’immagine inutilmente cruda, o ancora tramite l’uso di un hashtag originariamente dedicato alle comunicazioni ufficiali e all’emergenza soccorsi o dispersi.


In casi come quelli citati emergono una serie di dilemmi morali ed etici a cui non è semplice dare risposta. Da un lato, infatti, i social network rappresentano ormai, in Italia quanto meno, il miglior esempio di libertà d’espressione che ci sia, permettendo ad ogni utente di ergersi ad esperto oggi di politica internazionale e terrorismo, domani di tattiche e formazioni calcistiche. Dall’altro però, proprio questo fluire incontrollato di informazioni ed opinioni non di rado diventa l’occasione per diffondere informazioni false e/o tendenziose e per strumentalizzare in questo modo il popolo della rete.
Anche nell’informarsi e informare tramite i social, infatti, sarebbe importante tenere in considerazione quella deontologia e quelle regole di condotta che i giornalisti sono tenuti a seguire quando fanno informazione. Solo per fare un esempio, se un quotidiano non pubblica la foto del cadavere di un minore, infatti, non significa che questo voglia sminuire la gravità di un fatto perché di parte, sta semplicemente rispettando la Carta di Treviso.

Analisi a parte merita la gestione delle emergenze tramite i social. In quei casi infatti i social possono diventare strumenti utili al monitoraggio delle richieste di aiuto, alla diffusione delle informazioni tecniche e logistiche da parte delle autorità, pensiamo per esempio all’applicazione “stai bene?” di Facebook o alla potenza di un hashtag su Twitter. Se questi strumenti e funzioni vengono utilizzati impropriamente, però, rischiano di complicare seriamente il lavoro di chi per primo interviene nei momenti di crisi. Ne abbiamo già parlato: riscontrare l’utilizzo improprio di un hashtag diffuso per le comunicazioni di servizio per scrivere quanto ci sentiamo vicini o meno alle vittime non può far altro che farci dubitare sulla disattenzione e insensibilità di fin troppi internauti.

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